Davanti a me ci sono i panetti di argilla polimerica.
Colori diversi, ancora separati.
Li guardo e comincio ad accostarli.
Non seguo una palette stabilita in precedenza e non cerco necessariamente l'abbinamento più prevedibile.
Cerco quello che, in quel momento, mi sembra giusto.
A volte nasce da un contrasto forte.
Altre volte da due tonalità che sembrano chiamarsi.
Altre ancora da un colore che non avevo previsto di utilizzare.
È un processo molto istintivo.
Non so esattamente dove sto andando. Ed è la parte che amo di più.
Comincio a lavorare l'argilla.
La unisco, la trasformo, la sovrappongo, la faccio dialogare con gli altri colori.
E mentre le mani lavorano, qualcosa comincia a emergere.
Un motivo.
Una sfumatura.
Una combinazione che pochi minuti prima non esisteva.
A quel punto non sto più decidendo tutto razionalmente.
Sto seguendo.
Seguo quello che vedo nascere davanti a me e lascio che ogni passaggio suggerisca quello successivo.
È una conversazione silenziosa tra le mani, gli occhi e la materia.
Ed è forse il momento più intimo di tutto il mio lavoro.
È un'espressione che sento molto vicina al mio modo di creare.
Quando lavoro non voglio sapere già come finirà.
Preferisco lasciarmi sorprendere.
Seguire un'intuizione.
Cambiare direzione.
Fermarmi quando sento che ciò che ho davanti ha finalmente trovato il proprio equilibrio.
Da materia a gioiello.
Poco alla volta, quello che era soltanto colore comincia ad avere una propria identità.
Scelgo le forme, creo i diversi elementi e li osservo insieme.
Non devo farli diventare identici.
Devo sentire che appartengono alla stessa storia.
Ed è una differenza importante.
Perché quando si lavora a mano, per me la bellezza non sta nella ripetizione perfetta.
Sta nell'armonia delle differenze.
Quando sento che forma e colore hanno trovato il loro equilibrio, arriva il momento della cottura.
È un passaggio fondamentale: il calore trasforma e stabilizza l'argilla polimerica, dando consistenza agli elementi che ho modellato.
Mi piace pensare che la cottura faccia anche un'altra cosa.
Fermi un momento creativo che non potrei ripetere esattamente nello stesso modo.
Quella particolare disposizione dei colori, quella sfumatura, quel piccolo segno nato quasi per caso rimangono lì.
Da quel momento appartengono a quel pezzo.
Dopo la cottura lavoro sulle finiture.
Levigo, spolvero e poi applico a mano la resina UV.
È un passaggio che amo perché modifica immediatamente il modo in cui il colore incontra la luce.
La superficie diventa lucida, le tonalità acquistano profondità e alcuni particolari sembrano quasi emergere dalla materia.
Il colore c'era già. La luce gli dà una nuova voce.
Se guardi un mio orecchino molto da vicino, troverai piccole differenze.
Una linea non perfettamente identica all'altra.
Una sfumatura che cambia.
Un motivo che compare in un punto inatteso.
Una superficie che racconta il passaggio delle mani.
Non cerco di cancellare queste caratteristiche per far sembrare il gioiello industriale.
Sarebbe come cancellare la sua storia.
Il fatto a mano, per me, deve poter essere visto. E sentito.
Posso ripartire dagli stessi colori.
Posso utilizzare le stesse tecniche.
Posso creare nuovamente la stessa forma.
Ma nel momento in cui ricomincio a lavorare la materia, i colori prendono nuove direzioni.
Il motivo cade in un punto diverso.
Le sfumature cambiano.
Il gesto cambia.
Ed è così che nasce l'unicità.
Non perché decida a tavolino di creare un “pezzo unico”.
Ma perché il mio modo di lavorare rende impossibile ripetere perfettamente lo stesso istante creativo.
Quando tutti gli elementi sono pronti, comincio ad assemblarli uno per uno.
Scelgo come farli dialogare, collego le parti e controllo il movimento.
Perché un orecchino non vive soltanto di forma e colore.
Vive anche di ciò che succede quando viene indossato.
I pendenti devono essere liberi di muoversi.
Di avvicinarsi e separarsi.
Di catturare la luce mentre cammini o giri il viso.
È l'ultimo momento della creazione.
Quello in cui tanti piccoli elementi diventano finalmente un solo gioiello.
Ogni gioiello nasce senza un copione già scritto.
Parte dal colore, attraversa le mie mani e prende forma seguendo istinto, materia e immaginazione.
Per questo ogni pezzo porta con sé qualcosa che non posso programmare.
Una piccola parte del momento in cui è nato.